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La Tregua di Primo Levi Einaudi Tascabili (pag. 196-197) IL RAGIONIER ROVI [... ] Uno dei capannoni del campo era abitato solo da italiani, quasi tutti operai civili, che si erano trasferiti in Germania più o meno volontariamente. Erano muratori e minatori, non più giovani, gente tranquilla, sobria, laboriosa, e di animo gentile. Il capocampo degli italiani, a cui venni indirizzato per essere "preso in forza",era invece molto diverso. Il ragionier Rovi era diventato capocampo non per elezione dal basso, né per investitura russa, ma per autonomina: infatti, pur essendo un individuo di qualità intellettuali e morali piuttosto povere, possedeva in misura assai spiccata la virtù che, sotto ogni cielo, è la più necessaria per la conquista del potere, e cioè l'amore per il potere medesimo. L'assistere al comportamento dell'uomo che agisce non secondo ragione, ma secondo i propri impulsi profondi, è uno spettacolo di estremo interesse, simile a quello di cui gode il naturalista che studia le attività di un animale dagli istinti complessi. Rovi aveva conquistato la sua carica agendo con la stessa atavica spontaneità con cui il ragno costruisce la sua tela; poiché come il ragno senza tela, così Rovi senza carica non sapeva vivere. Aveva subito incominciato a tessere: era fondamentalmente sciocco, e non sapeva una parola di tedesco né di russo, ma fin dal primo giorno si era assicurati i servizi di un interprete, e si era presentato cerimoniosamente al comando sovietico in qualità di plenipotenziario per gli interessi italiani. Aveva organizzato una scrivania, con moduli (scritti a mano, in bella scrittura con svolazzi), timbri, matite di vari colori e libro mastro; pur non essendo colonnello, anzi, neppure militare, aveva appeso fuori della porta un vistoso cartello " Comando Italiano - Colonnello Rovi"; si era circondato di una piccola corte di sguatteri, scritturali, sagrestani, spie, messaggeri e bravacci, che egli rimunerava in natura, con viveri sottratti alle razioni della comunità, ed esentandoli da tutti i lavori di comune interesse. I suoi cortigiani, che come sempre avviene erano molto peggiori di lui, curavano (anche con la forza, il che di rado era necessario) che i suoi ordini fossero eseguiti, lo servivano, raccoglievano per lui informazioni, e lo adulavano intensamente. Con chiaroveggenza sorprendente, che è come dire con un procedimento mentale altamente complesso e misterioso, aveva capito l'importanza, anzi la necessità, di possedere una uniforme, dal momento che doveva trattare con gente in uniforme. Se ne era combinata una non priva di fantasia, abbastanza teatrale, con un paio di stivaloni sovietici, un berretto da ferroviere polacco, e giacca e pantaloni trovati non so dove, che sembravano di orbace, e forse lo erano: si era fatto cucire mostrine al bavero, filetti dorati sul berretto, greche e gradi sulle maniche, ed aveva il petto pieno di medaglie. Peraltro, non era un tiranno, e neppure un cattivo amministratore. Aveva il buon senso di contenere vessazioni, concussioni e soprusi entro limiti modesti, e possedeva per le scartoffie una vocazione innegabile. Ora, poiché quei russi erano curiosamente sensibili al fascino delle scartoffie (delle quali tuttavia sfuggiva loro l'eventuale significato razionale), e sembrava amassero la burocrazia di quell'amore platonico e spirituale che non giunge al possesso e non lo desidera, Rovi era benevolmente tollerato, se non proprio stimato, nell'ambiente della Kommandantur. Inoltre, era legato al capitano Egorov da un paradossale, impossibile vincolo di simpatia fra misantropi: poiché sia l'uno che l'altro erano individui tristi, compunti, stomacati e dispeptici, e nell'euforia generale cercavano l'isolamento. [... ] TORNA ALLA HOME PAGE |