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La Tregua di Primo Levi Einaudi Tascabili (pag. 202-203) IL FERRARI [... ] I recidivi
erano rari,con la sola notevole eccezione del Ferrari.
Il Ferrari,al cui cognome si addice
l'articolo perché era milanese,era un portento di inerzia. Faceva parte
di un gruppetto di criminali comuni, già detenuti a San Vittore, a cui
nel 1944 i tedeschi avevano proposto la scelta fra le prigioni italiane
e il servizio del lavoro in Germania, e avevano optato per quest'ultimo.
Erano circa quaranta, quasi tutti ladri o ricettatori:costituivano un
microcosmo chiuso,variopinto o turbolento, fonte perpetua di grane per
il Comando russo e per il ragionier Rovi. Ma il Ferrari
era trattato dai suoi colleghi con palese disprezzo, e si trovava quindi
relegato in una solitudine forzata. Era un ometto sulla quarantina, magro
e giallo, quasi calvo, dall'espressione assente. Passava le sue giornate
sdraiato sulla branda, ed era un lettore infaticabile. Leggeva tutto quanto
gli capitava sotto mano: giornali e libri italiani, francesi, tedeschi,
polacchi. Ogni due o tre giorni, all'atto del controllo, mi diceva: -
Quel libro l'ho finito, ne hai un altro da prestarmi? Ma non in russo:
sai che il russo non lo capisco bene-. Non era già un poliglotta: anzi,era
praticamente analfabeta. Ma "leggeva" ugualmente ogni libro, dal primo
rigo all'ultimo, identificando con soddisfazione le singole lettere, pronunciandole
a fior di labbra, e ricostruendo faticosamente le parole, del cui significato
non si curava. A lui bastava: come, a differenti livelli, altri provano
diletto nel risolvere parole incrociate, o integrare equazioni differenziali,
o calcolare le orbite degli asteroidi. Era dunque un individuo singolare:
e me lo confermò la sua storia, che molto volentieri mi raccontò, e che
qui riporto. -Ho seguito per molti anni la scuola dei ladri di Loreto.
C'era il manichino coi campanelli e il portafogli in tasca: bisognava
sfilarlo senza che i campanelli suonassero, e io no ci sono mai riuscito.
Così non mi hanno mai autorizzato a rubare: mi mettevano a fare il palo.
Ho fatto il palo per due anni. Si guadagnava poco e si rischia: non è
un bel lavorare. -Pensa e ripensa,un bel giorno ho pensato che, licenza
o mica licenza, se volevo guadagnarmi il pane bisognava che mi mettessi
in proprio. -C'era la guerra,lo sfollamento,la borsa nera, un mucchio
di gente sui tranvai. Era sul 2, a Porta Ludovica, perché da quelle parti
nessuno mi conosceva. Vicino a me c'era una con una gran borsa; in tasca
del cappotto, si sentiva al tasto, c'era il portafoglio. Ho tirato fuori
il saccagno, piano piano… Devo aprire una breve parentesi tecnica. Il
saccagno, mi spiegò il Ferrari, è
uno strumento di precisione che si ottiene spezzando in due la lama di
un comune rasoio a mano libera. Serve a tagliare le borse e le tasche,
perciò deve essere affilatissimo. Occasionalmente, serve anche a sfregiare,
nelle questioni d'onore; ed è per questo che gli sfregiati sono anche
detti "saccagnati". -…piano piano, e ho cominciato a tagliare la tasca.
Avevo quasi finito, quando una donna, mica quella della tasca, capisci,
ma un'altra, si mette a gridare "Al ladro,al ladro". A lei non le facevo
niente, non mi conosceva, e non conosceva neppure quella della tasca.
Non era neanche della polizia, era una che non c'entrava per niente. Sta
di fatto che il tram si è fermato, mi hanno pescato, sono finito a San
Vittore, di lì in Germania, e di germania qui. Vedi? Ecco cosa può capitare
a prendersi certe iniziative. Da allora,il Ferrari
iniziative non ne aveva più prese. Era il più remissivo e il più docile
dei miei clienti: si spogliava subito senza protestare, presentava la
camicia con gli immancabili pidocchi, e il mattino dopo si sottoponeva
alla disinfestazione senza assumere arie da principe offeso. Ma l'indomani
i pidocchi, chissà come, c'erano di nuovo. Era così: non prendeva più
iniziative, non opponeva più resistenza; neppure ai pidocchi. [...
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